Piccole cose che ho voluto ricordare di una città dalle mille facce.
Quando viaggio, nel mio diario non scrivo tutto.
Non annoto necessariamente i luoghi più importanti, né cerco di ricordare ogni cosa che ho visto.
Scrivo solo quello che mi colpisce.
Una curiosità, una sensazione, una frase, un dettaglio che temo di poter dimenticare.
A Tokyo ho scritto molto.
Perché Tokyo è una città difficile da racchiudere in una sola immagine. È moderna e antica, rumorosa e silenziosa, affollata e sorprendentemente intima.
Ora ti porto con me dentro alle pagine del mio diario!
Giorno 1 — La prima Tokyo

Jinbōchō, il quartiere dei libri
Prima ancora di partire avevo già scelto dove volevo dormire a Tokyo: Jinbōchō.
Avevo visto alcune immagini del quartiere e mi aveva colpita subito. Pur essendo abbastanza centrale, sembrava avere l’atmosfera di una cittadina più che quella di una metropoli: strade tranquille, edifici più bassi, poco traffico, poca gente.
E poi c’erano le librerie.
Io amo le librerie. E, naturalmente, le cartolerie!
La prima fotografia che ho scattato a Tokyo è stata proprio qui, a una donna che camminava con un ombrellino.
Jinbōchō è conosciuto come il quartiere dei libri: si contano circa 150 librerie, molte specializzate in libri usati e testi difficili da trovare. Ma quello che mi ha colpita di più è stata l’atmosfera. Non sembrava di essere nel cuore di una metropoli.
Akihabara: non il mio mondo!
Da Jinbōchō siamo passati a tutt’altra Tokyo.
Akihabara: il regno dell’elettronica, dei manga, degli anime e dei videogiochi (le passioni di mio figlio).
E poi, quella sera, abbiamo anche seguito una delle sue scelte più particolari per cena: il Vampire Café.
Alla fine della giornata ero stanchissima fra viaggio e fuso. Una delle cose che ho apprezzato di più è stata infilarmi il pigiama dell’hotel (sì, molti hotel in Giappone forniscono anche il pigiama tradizionale camicia + pantaloni!).
Giorno 2 — Tra luci e lanterne
La seconda giornata ci ha portato in una Tokyo completamente diversa.
TeamLab Borderless: un mondo senza confini
Il TeamLab Borderless è stata una delle esperienze più particolari del viaggio. Questo il loro motto:
Vagabonda, esplora e scopri in un mondo continuo e senza confini.
Mi ha catapultato nella Tokyo più contemporanea.


Tokyo City View: Tokyo dall’alto
Nel pomeriggio siamo saliti al Tokyo City View, sulla Mori Tower a Roppongi.
La piattaforma si trova al 52° piano, a circa 238 metri di altezza, e la vista sulla città è a 360 gradi.
È stato bellissimo vedere le luci del tramonto e la metropoli che si illuminava.
Tokyo vista dall’alto sembra quasi infinita.
E forse è proprio da lassù che ci si rende conto di quanto sia difficile raccontarla come una città sola.
La Tokyo dei vicoli
Abbiamo cenato in un piccolo ristorante dove il pavimento era talmente unto che si scivolava. Cibo buonissimo e preparato al momento ma credo che in Italia non sarebbe potuto esistere!
Poi siamo entrati in Omoide Yokocho, un piccolo vicolo nostalgico vicino a Shinjuku.
Qui i ristoranti sono minuscoli e spesso hanno meno di posti.
Buio, lanterne e fumo.
Si mangiano yakitori, gli spiedini di pollo, si beve sake e birra e ci si ritrova quasi gomito a gomito con gli altri clienti.
Gli yokocho sono una parte particolare della vita notturna di Tokyo: molti nacquero nel dopoguerra come luoghi popolari dove mangiare e bere, e conservano ancora oggi qualcosa dell’atmosfera della Tokyo dell’epoca Shōwa. In particolare, Omoide Yokocho nacque come mercato all’aperto e poi divenne un mercato nero nel dopoguerra.
È difficile immaginare questa storia guardando oggi il vicolo circondato dai grattacieli.
Ed è proprio questo contrasto che mi piace di Tokyo.
Giorno 3: una Tokyo che respira
Se dovessi scegliere una delle giornate che ho amato di più, probabilmente sarebbe questa.
Non perché abbiamo visto i luoghi più famosi.
Ma perché abbiamo incontrato una Tokyo più silenziosa.
Un giardino nel cuore della metropoli
Il Koishikawa Kōrakuen è uno dei giardini più antichi di Tokyo.
È proprio accanto al Tokyo Dome e il contrasto è sorprendente: da una parte lo stadio e i grattacieli, dall’altra un giardino in cui sembra improvvisamente di essere lontanissimi dalla città.
Appena si varca la soglia si viene investiti dal canto delle cicale e dai versi degli uccelli.
Un’oasi di pace dentro alla metropoli.
Ho raccolto il timbro del giardino all’ingresso.
Sono piccoli dettagli come questo che mi fanno amare il diario di viaggio: qualcosa che sul momento sembra quasi insignificante e che invece, una volta tornati a casa, riporta immediatamente a quel luogo.
Nezu sotto la pioggia
Il Nezu Shrine è un santuario shintoista del Settecento famoso anche per i suoi numerosi torii e per le azalee che in primavera colorano il giardino. D’estate non è fra i luoghi più visitati dai turisti.
In più noi lo abbiamo visto sotto la pioggia. Potrebbe sembrare una cosa negativa ed invece ci ha regalato un’atmosfera ancora più suggestiva. Nella giornata grigia i torii rosso risaltavano ancora di più e la vista ed il rumore della pioggia erano quasi rilassanti.
Abbiamo fotografato con calma.
Abbiamo guardato lungamente la pioggia.
Ci siamo fermati.
Forse è stato uno di quei momenti in cui il viaggio lento succede semplicemente, senza che tu lo abbia programmato.


Yanaka, Nezu e Sendagi
Abbiamo poi attraversato la zona di Yanaka, Nezu e Sendagi, conosciuta anche come Ya-ne-sen.
È una parte di Tokyo che conserva ancora l’atmosfera della shitamachi, la vecchia “città bassa” popolare.
Gli abitanti sono molto fieri di aver preservato questo carattere più tranquillo e tradizionale.
Yanaka, in particolare, è riuscita a salvarsi dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale e dal terremoto, eventi che hanno trasformato profondamente Tokyo nel Novecento.
Una passeggiata a Yanaka Ginza, conosciuta anche come la strada dei gatti.
Ci sono gatti e statue di gatti sui tetti e persino un bar dove si paga per accarezzare i gatti presenti!
Una Tokyo completamente diversa da quella dei grattacieli.
A cena: carne, fumo e noodles!
Abbiamo cenato in un ristorante di yakiniku, dove la carne viene portata cruda e ognuno la cucina sulla griglia incorporata al tavolo.
La wagyu, la più pregiata carne Giapponese, era buonissima. Ma che fumo!
In Giappone i ristoranti sono molto spesso specializzati in una sola pietanza. Ho iniziato ad annotarmi quelli già incontrati:
- sushi, il più conosciuto
- ramen, noodles di frumento in brodo;
- soba, noodles di grano saraceno, in brodo o asciutti;
- udon, noodles più grossi di farina di frumento, anch’essi serviti in brodo o asciutti.
Anche questo fa parte del viaggio: non solo ricordare dove hai mangiato, ma imparare piano piano le parole che ti servono per capire quello che hai davanti.
Giorno 4: la Tokyo dei piccoli rituali
Il quarto giorno è quello in cui nel mio diario ho raccolto più piccoli gesti.
Meiji Jingu
Il Meiji Jingu è il grande santuario shintoista di Tokyo immerso nel verde.
Appena entrati, la sensazione è quasi straniante: sei in una metropoli, ma intorno hai un bosco enorme. La foresta del santuario conta circa 100.000 alberi, molti dei quali furono donati da persone provenienti da diverse parti del Giappone.
Questa è una delle mie pagine preferite del diario.
Il goshuin sulla sinistra è una sorta di testimonianza della visita e del pellegrinaggio al santuario: viene scritto e timbrato a mano dai monaci. È diverso per ogni tempio e mi è piaciuto scoprire su internet il significato dei vasi simboli e scritte.
E poi il timbro del giardino interno.


Cose da fare prima di entrare nei santuari shintoisti
Prima della visita, ci si deve purificare.
Prima le mani, poi la bocca e ancora le mani.
Un gesto semplice, ripetuto da tantissime persone, che prepara simbolicamente all’ingresso nello spazio sacro.
E poi, davanti al santuario, bisogna fare due inchini, due battiti di mani e un inchino finale.
Un rituale breve, ma molto diverso dai gesti a cui siamo abituati.
Omikuji ed ema
Gli omikuji sono i foglietti con il responso che si estraggono dopo aver fatto una piccola offerta.
Se il responso non è favorevole, oppure se si desidera affidare qualcosa alle divinità, il foglietto può essere piegato e legato nel luogo predisposto.
Le ema, invece, sono le tavolette di legno sulle quali i fedeli scrivono desideri e preghiere da lasciare al tempio.


Shimokitazawa
Nel pomeriggio abbiamo cambiato completamente atmosfera.
Shimokitazawa è un quartiere giovane e creativo, pieno di negozi vintage, caffè, piccoli locali e spazi espositivi.
E la sera ancora un altro volto della città.
Un izakaya, una sorta di osteria giapponese rumorosa e conviviale. Si ordinano diverse portate e si condividono, spesso seduti al bancone davanti ai cuochi. Piccoli piatti, tante cose diverse.
Giorno 5: tra grattacieli e piccoli vicoli
Shibuya
Se c’è un luogo che rappresenta la Tokyo che tutti immaginiamo, probabilmente è Shibuya.
Moda, divertimento, insegne colorate, giovani, tendenze.
E naturalmente lo Shibuya Crossing.
Lo abbiamo visto anche dall’alto, dalla piattaforma dello Shibuya Sky, a 229 metri.
Da lassù l’incrocio sembra quasi una scena osservata da lontano: quando il semaforo diventa verde, i pedoni arrivano da ogni direzione e attraversano tutti insieme.
È una delle immagini più famose di Tokyo.
Ma bastano pochi minuti per ritrovarsi di nuovo in una Tokyo completamente diversa.


Nonbei Yokocho
A pochi passi dalla modernità di Shibuya c’è Nonbei Yokocho.
Un altro piccolo vicolo dell’epoca Shōwa, incastrato tra i grattacieli.
I locali sono minuscoli. Alcuni hanno appena quattro o cinque sgabelli.
Qui si va soprattutto per bere, spesso anche da soli dopo il lavoro, e parlare con l’oste.
La cosa che mi ha colpita è che, nonostante le dimensioni, i piccoli ristoranti sono molto curati: legno, luci soffuse, pochi dettagli.
È uno degli esempi più belli di quella Tokyo fatta di contrasti: basta girare l’angolo e sembra di essere entrati in un’altra epoca.

Giorno 6: quando la città cambia ritmo
La giornata era iniziata con un programma, poi ho visto per caso un volantino. Mi sono documentata ed i piani della giornata sono cambiati. A Tokyo era in programma il Super Yosakoi, il grande festival di danza yosakoi.
Circa 6.000 ballerini, divisi in un centinaio di squadre, si esibiscono con costumi, coreografie e i caratteristici naruko, piccoli sonagli di legno che i danzatori tengono nelle mani.
Non era previsto, ma è stato un bellissimo momento soprattutto per me che sono appassionata di fotografia.
E, senza saperlo, quella deviazione ci ha portati nel posto giusto al momento giusto.


Il quartiere Asakusa, ma alla fine della giornata
Non ero sicura di voler andare ad Asakusa.
I luoghi dell’overtourism non sono quelli che cerco quando viaggio. Il caos delle folle mi allontana più che attirarmi.
Per questo stavo quasi per scartare il Senso-ji, il tempio simbolo di Tokyo. Poi il programma cambiato dal festival ci ha fatto arrivare nel tardo pomeriggio.
E tutto è diventato diverso.
Il Senso-ji è uno dei luoghi più visitati di Tokyo e il tempio più antico della città, ma quando siamo arrivati, gran parte dei turisti stava già andando via.
E Asakusa ha cominciato lentamente a cambiare volto. Le persone diminuivano, i negozi di souvenir abbassavano le serrande. E proprio quelle serrande, chiuse, rivelavano dipinti tradizionali che durante il giorno non si vedono.
È stata una delle sorprese più belle. Quasi come se, aspettando la sera, il quartiere avesse finalmente avuto lo spazio per tornare a se stesso.
Non abbiamo avuto bisogno di evitare Asakusa. È bastato scegliere un momento diverso.
E per me questa è stata una delle piccole lezioni del viaggio.
Abbiamo cenato in un ristorante di carne wagyu decorato a tema origami. A fine cena le cameriere ci hanno insegnato a realizzare un origami. Ne abbiamo fatto uno anche noi e lo abbiamo lasciato appeso alle pareti, già piene di piccole creazioni.
Ho aggiunto al mio diario una cartolina con il pesce comprata qui. Il pesce Tai è associato alle occasioni importanti e alla buona fortuna ed è diventato un simbolo augurale particolarmente presente nelle celebrazioni e nei biglietti di auguri.

Giorno 7 — Un’ultima Tokyo sotto la pioggia
Il tempio Gotokuji, il tempio dei gatti. La pioggia è tornata più volte durante il nostro viaggio. A Nezu ci aveva regalato un tempio quasi vuoto. A Gotokuji ha accompagnato l’ultima visita prima di lasciare Tokyo.
Quante Tokyo possono stare in un diario?
Ripensandoci adesso, sfogliando queste pagine, mi sembra che Tokyo sia stata proprio così: una città impossibile da raccontare tutta insieme per le tante facce che ha.
La Tokyo delle librerie tranquille di Jinbōchō e quella rumorosa di Akihabara.
Quella futuristica di teamLab e quella dei piccoli ristoranti di Omoide Yokocho.
La città dei grattacieli vista dall’alto e quella dei giardini dove si sentono soltanto le cicale.
I rituali dei templi, i vicoli di Yanaka, la folla di Shibuya, i quattro sgabelli di un minuscolo izakaya. Il caos di Asakusa e, poche ore dopo, le sue strade quasi silenziose.
E poi la pioggia, i timbri, le cartoline, i biglietti da visita, le fotografie, gli adesivi.
Molte cose piccolissime. Eppure sono proprio queste le cose che, adesso che sono tornata a casa, mi fanno tornare lì.
Forse è questo che cerco quando compilo il mio diario di viaggio. Non conservare tutto.
Scegliere cosa non voglio dimenticare.
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